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Argomento: Lavoro ed Economia
 
L'Eco di Bergamo
Venerdì 25 Settembre 2009 ECONOMIA Pagina 34

I mercati restano depressi, i segnali di ripresa sono molto deboli e la capacità produttiva è superiore alla domanda

Il mondo global incalza più di prima e i conti non tornano



L'Eco di Bergamo
Venerdì 25 Settembre 2009 ECONOMIA Pagina 34

I mercati restano depressi, i segnali di ripresa sono molto deboli e la capacità produttiva è superiore alla domanda

Il mondo global incalza più di prima e i conti non tornano

Prima la concorrenza della Cina. Poi la tempesta della crisi di carta diventata reale. Ora timidissimi segnali di ripresa che devono misurarsi con un mondo diverso. Dove il colosso Cina, più di ieri, torna a mettere in discussione le sorti dell'industria a Occidente, il t! ermometro dei mercati resta sul depresso e i timori per il lavoro aumentano.

Un paracadute per i lavoratori
«Sembrerebbe che abbiamo toccato il fondo. Adesso pare che ci sia una piccolissima ripresa, ma appunto partendo dal fondo. Non è una situazione entusiasmante, ma ci può dare un minimo di coraggio per sperare che nel 2010 qualcosa succeda», dice Miro Radici, amministratore delegato di Itema Group. Tornare all'occupazione pre crisi, però, sarà difficile. Ristrutturazioni sono in corso in tutti i settori. La preoccupazione è che «possano portare ad alleggerimenti di manodopera. Le persone in cassa integrazione allo scadere potrebbero trovarsi in condizioni difficili. Credo che l'unica cosa sia un intervento della politica, perché possano trovare un paracadute per questa gente. Altrimenti, se non si trova il modo per un prolungamento, credo che ci saranno impatti molto seri. Si deve affrontare il problema in fretta se si vuole guardare in faccia la realtà e n! on raccontarsi favole. Questo lo devono fare tutti: politica, ! sindacat i e imprese per fare pressione sul governo. Hanno dato sette anni di ammortizzatori sociali all'Alitalia, non capisco perché non li possano dare a un'azienda bergamasca».
La crisi è stata «violenta» e inaspettata: «Situazioni di questo tipo scatenano una spietata competizione. L'Italia, che non è il regno della competitività, visto che siamo ai livelli più bassi d'Europa, soffrirà più degli altri. Per questo occorre un'enorme riorganizzazione del modo di pensare il lavoro che ci coinvolge per primi». Altri Paesi, come Svizzera e Germania, soffriranno meno perché già in passato «avevano fatto altre scelte, con una diversa filiera manifatturiera» e i traumi allora erano stati forse minori «perché il ricollocamento era più facile». Il futuro nella Bergamasca? «Anche nei settori in crisi le aziende restano, anche se bisogna cambiare il modo di fare business. Non si può pensare che tutto sia come prima: bisogna cambiare». Ad esempio, «cambiare il modo di fare produzione, senz! a necessariamente cambiare settore».

La Cina dilaga nei tubi
Anche per Vincenzo Crapanzano, amministratore delegato di Tenaris Dalmine, la strada per fronteggiare una crisi che si profila «strutturale» è cambiare. Nel settore dei tubi la capacità produttiva della sola Cina è superiore alla domanda mondiale: «Il problema Cina è peggiorato: era una minaccia prima, ma ora lo è ancora di più perché ha investito di più in questi anni».
Prima della crisi il mercato dei tubi era sui 34 milioni di tonnellate: «Oggi si stima che la domanda sia scesa a 22-25 milioni e il calo si è avuto nei mercati al di fuori della Cina». I mercati restano difficili. C'è una «situazione squilibrata» che vede in affanno aree sviluppate come Usa, Giappone ed Europa, alle prese anche con la crisi dei consumi, mentre in Asia, oltre ad aver avuto contraccolpi minori, la ripresa è partita prima: «La Cina non viaggia più a due cifre, ma continua a crescere molto». Mentre i Paesi occidental! i arrancano, con saldi di prodotto interno lordo negativi o in! chiodati allo «zero virgola».
E non per tutti vale l'opzione della Cina opportunità di sbocco: «Nel nostro settore non beneficiamo della loro crescita. Hanno una capacità installata enorme. Non c'è spazio». È piuttosto Pechino ad andare all'estero con 6 milioni di tonnellate di tubi contro 200-300 mila importate, solo per prodotti che ancora non si fabbricano in loco. L'eccesso di offerta è il fattore che frena la ripresa nelle perforazioni petrolifere (oil & gas): «Il prezzo del petrolio, sceso a 35 dollari, è tornato a 65-70: i progetti che si erano fermati sono ripresi, ma con la crescita della capacità installata, soprattutto in Cina, la situazione competitiva è completamente diversa». Non va meglio nel segmento dei prodotti destinati all'industria sui mercati europei: «La situazione è particolarmente critica. Si vede qualche miglioramento, ma con livelli di attività estremamente più bassi. Nelle macchine movimento terra, ad esempio, non sono stati fatti ordini per mesi. Ade! sso ci sono, ma al 40%. C'è una concorrenza agguerrita su volumi più contenuti».
Con livelli di ordinativi pressoché dimezzati rispetto a un anno fa, indicativamente -45%, con perdite più nette nei prodotti per l'industria (-60%) e relativamente più contenute nelle perforazioni petrolifere (-30%), gli spazi di manovra sono limitati. Il tentativo rispetto ai prodotti cinesi, sostenuti da sovvenzioni, è cercare di riequilibrare le condizioni di concorrenza con dazi antidumping: l'Europa sta provvedendo, gli Stati Uniti li hanno già annunciati. Ma ci sono altri mercati, come l'Africa, il Medio Oriente e il Far East dove i prodotti cinesi a basso prezzo dominano: «Il nostro spazio è su prodotti molto complessi. Qui il gap è ancora grande. Sui mercati internazionali noi contiamo su questi prodotti». Il divario, però, resta ampio: «Sicuramente non torneremo alla situazione precedente e il manifatturiero in Europa si dovrà ridimensionare. Conosco di più i settori legati al nos! tro. Per auto e macchine movimento terra, ad esempio, la produ! zione no n tornerà ai livelli pre crisi. Sono previsioni difficili da fare, ma immaginiamo che sarà così. Poi magari si creeranno altre attività, ma quelle più tradizionali caleranno».
Da qui la necessità di cambiare: «Non si può far finta che la crisi non ci sia. È il momento di prendere delle decisioni. Se alcuni settori declinano, occorre essere realisti. Questo aiuta il sistema a rinnovarsi più rapidamente e fa spazio alla nascita di nuove attività. La cosa peggiore è stare fermi». «Le idee, dobbiamo averle noi», aggiunge, mettendo al centro la capacità dell'impresa di reinventarsi: «Noi da tempo ci stiamo muovendo per portare l'attività su prodotti differenziati e complessi in mercati che crescono come l'oil & gas». Quanto a nuove attività, «c'è tutto il mercato dei contenitori a pressione per autotrazione che probabilmente crescerà».

Sotto stress, ma si tiene
Dall'acciaio ai tessuti. Qui la Cina da tempo dà filo da torcere. «È sempre una grande minaccia e allo ! stesso tempo un mercato di sbocco», dice Silvio Albini, consigliere delegato del Cotonificio Albini di Albino, oltre che vicepresidente di Confindustria Bergamo. «Il rischio è che perdiamo grandi quantità di prodotti medi e medio-alti che abbiamo sempre realizzato, perché i cinesi sono sempre più bravi e inondano i mercati. In Italia vengono ad acquistare il meglio, le fasce più alte e qui sta lo sbocco. Peccato che i quantitativi che perdiamo sono incomparabili con quelli che riusciamo a portare in Cina». Il problema sta qui: nella ricerca di un «nuovo equilibrio economico» che si fatica ancora a definire. «Abbiamo smesso di peggiorare, ma di crisi ancora si tratta. Tra fine luglio e agosto si era visto qualche miglioramento, ma adesso siamo di nuovo in una situazione stazionaria e difficile e via via sempre più disomogenea fra settori, imprese e mercati. Abbiamo smesso di precipitare in modo drammatico, ma il livello di contrazione del nostro settore per fatturato e quant! itativi, dal 20 al 35 e in alcuni casi anche al 40%, è alquant! o doloro so». Si fatica così a mantenere la struttura: «Costi fissi e capacità produttiva sono inadeguati e superiori. È chiaro che dobbiamo agire ancora di più su fattori come innovazione, servizio e qualità. Il problema è se questi fattori, diversi dal prezzo, consentono un nuovo equilibrio economico fra costi e ricavi per le nostre imprese in questo nuovo mondo manifatturiero».
Si procede per tentativi, perché lo scenario non è chiaro, e comunque con «orgoglio imprenditoriale. Per ora il tessuto industriale è sotto stress, ma tiene. C'è la responsabilità a salvaguardare quanto costruito nel tempo e a mantenere il nostro know-how fatto soprattutto di persone. Nonostante le difficoltà si fa ricorso agli ammortizzatori sociali e, tranne eccezioni, le aziende le stanno tentando tutte prima di procedere a puri e semplici licenziamenti».

Riassetto su volumi più bassi
Anche Giovanni Fassi, amministratore delegato della Fassi Gru di Albino, pone un problema di equilibrio ! delle strutture: «I mercati sono ancora abbastanza depressi e sostanzialmente non è cambiato molto da un anno fa. Cambiano le percentuali, nel senso che se a gennaio si era a -60%, adesso siamo a -50%, ma non c'è un miglioramento: è solo che nel 2008, settembre era già più negativo rispetto a gennaio».
Lo sbocco del settore è l'edilizia e il problema è una «carenza di mercato»: «Non abbiamo mai avuto un problema Cina. Le nostre macchine sono poco vendute in quell'area e le aziende cinesi non hanno investito nel comparto. Inoltre, il settore non ha nessuno che produce in Cina, di conseguenza non abbiamo portato la tecnologia: questo non vuol dire che non ci possano copiare, ma quanto meno devono venire qui a imparare. Inoltre, usiamo acciaio europeo».
Il problema nell'edilizia è che «a livello mondiale c'è stata una sovraproduzione immobiliare. Fino a quando non si costruiranno nuove case ai ritmi del 2005, non torneremo ai volumi di allora». Ma non sarà facile recup! erare quei numeri: «Il 2007 per noi è stato l'anno migliore. I! n quattr o anni abbiamo raddoppiato fatturato e produzione. Una crescita repentina. Ma non può continuare così: diventa difficile da sostenere. Di sicuro la crisi non è passeggera e non ci sarà un rimbalzo. C'è un problema di riassetto sui volumi dei prossimi anni. È un problema strutturale a medio termine, ma fare previsioni è difficile. Credo che nel 2010 la crescita sarà ridotta. Se ne dovrà riparlare nel 2011. Il problema è riuscire a prevedere a quale livello assestarsi».
Silvana Galizzi

Postato da santo Data/Ore: 25-09-2009 14:57:00
Articolo ricevuto da santo

 
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